La strada tra il lido di Noto e Caltagirone era stupefacente.
Non c’era quasi
nessuno, tutta con dei sali e scendi, il panorama cambiava costantemente con
l’addentrarci verso l’interno. Passammo per paesi, per campagne di grano, per
distese di ulivi, per colline morbide e verdi seguite da campi arsi dal Sole.
Era una fusione tra la Toscana e la Basilicata. Quel tragitto fu quello che in
assoluto mi divertì di più e fu l’unico momento dell’intera vacanza in cui
sentii la mancanza, quasi la necessità fisica, di essere su una moto. Poche
strade sarebbero state più adatte e divertenti di quella. C’era la possibilità
di fare lunghi curvoni, ampia visibilità, facilità di sorpasso, quasi
costantemente su marce alte.
E mentre sognavo le pieghe morbide e precise su
una naked giapponese, vedemmo il cartello per Caltagirone, e il grande comune
arroccato su una collina.
Era lì,
isolato da tutti, a sovrastare la campagna siciliana senza vicini per decine di
chilometri di distanza.
Il paese in sé è sicuramente una destinazione come tante altre, famosa in particolare per le sue ceramiche e la sua bellissima scala, con ogni
gradino decorato da piastrelle diverse, ma mi fece piacere vedere tutti i
luoghi descritti e raccontati dai miei nonni, la loro scuola, la piazza del
mercato, il Duomo, le vie, i bar, vedevo qualcosa che già conoscevo, che avevo immaginato centinaia di volte, e che ora finalmente diventavano reali.
Fare la scalinata da 142 gradini fu la tortura definitiva per i nostri
polpacci e quadricipiti, ma dalla sua sommità si poteva vedere un panorama
stupendo. Tra i muscoli malandati, il caldo delle 2 del pomeriggio e la lunghezza della scala, arrivammo in cima a stento e con il fiatone.
Scendemmo dopo le foto di rito ed entrammo in un piccolo alimentare dove facevano il pane "cunzato” (condito). Ci
accolse una signora solare e sorridente, e dopo i primi convenevoli mi guardò, guardò Laura e disse: “Lei
signorina non è di queste parti, da dove venite? (dandole del voi) Mentre il ragazzo è
sicuramente di qua, si vede lontano un chilometro.”
Laura sgranò gli occhi, si girò verso di me incredula: “Ma scusa! Non hai
nemmeno aperto bocca, ma come fa a saperlo?”
Sorrisi: “Si signora, proprio di qua, i miei nonni sono venuti via da Caltagirone a diciott’anni
e si sono trasferiti a Milano. Ascolti, come vede ho qui con me questa palla al
piede milanese doc, le volevo far assaggiare il pane cunzato, quello autentico, e
poi non ha mai mangiato i fichi d’India, ho visto che sono fuori, non è che
potrebbe sbucciarne uno?”
Sgattaiolò fuori dal bancone e bofonchiò sorridente: “Signorina se viene in
Sicilia deve mangiare per forza un fico d’India, se no cosa è venuta a fare?”
Prese un coltello nascosto tra la frutta, aprì il frutto e lo passò a
Laura, che incerta lo assaggiò. Lo sguardo le si illuminò, cercò di capire a
quale sapore o consistenza assimilarlo, ma non ne trovò nessuno simile. Conoscevo molto bene quei sapori, non mi era difficile immaginare cosa stesse provando, la strana consistenza, il succo ricco di sapore, la freschezza dissetante.
Fui contento della sua espressione e adesso sapevo che potevo anche
esagerare e calare l’asso, feci l’occhiolino alla signora dell’alimentare: “Sa signora che Laura non
ha mai mangiato nemmeno i nostri pomodorini sott’olio?!”
Laura mi guardò con uno sguardo terrorizzato e in una certa percentuale disperato, oltre che imbarazzato.
Anche lei, come me, non ama il sapore dei pomodori freschi. Tentò di rifiutarsi, ma la
signora fece finta di non sentire e preparò un piattino con tre/quattro
pomodorini, grondanti di olio. Laura mi guardò infuriata, ma la tranquillizzai:
“Vedrai, quando me li fa mia nonna ne mangio a tonnellate. Fidati, gnutta e taci (mangia e stai zitta, in dialetto siciliano)”
Pensava che stessi scherzando per farle un brutto scherzo, così la
anticipai e ne mangiai due. Erano proprio buoni. Così si fece coraggio e li
assaggiò. Le piacquero così tanto da volerli mettere anche nel pane che la
signora ci stava preparando e che sarebbe stato farcito anche con: prosciutto cotto, scaglie
di provola locale, litri e litri di olio extravergine di oliva (tenuto in una
bottiglietta di Fanta perché era della produzione privata della signora, direttamente dai suoi ulivi) e
infine i pomodorini. Quella ciabatta sarà pesata più di mezzo chilo. Ce la
impacchettò con la stagnola e ci fece il conto. Mangiammo quel panino
qualche ora dopo, lungo la strada verso la nuova meta, mentre il Sole
tramontava e l’olio gocciolava ai nostri piedi.
Continuammo a girare per le botteghe di artigiani che lavoravano la
ceramica, veri e propri artisti, modellavano, dipingevano e rendevano unici i
piatti e i vasi che passavano tra le loro mani. Tutto sembrava delicato e quasi
magico in quei piccoli e brulicanti negozietti pieni di oggetti, tanto da doversi muovere adagio, in punta di piedi, silenziosamente, per non disturbare gli
artigiani e la bellezza delle loro opere.
Acquistati i souvenir di ceramica lavorata a mano decidemmo di sederci in piazza per bere qualcosa di fresco, proprio di
fronte alla scalinata e al municipio. Sembrava una scena di Baarìa di Tornatore.
Laura si fece consigliare uno spritz al melograno (che risultò poi
imbevibile per i suoi gusti) mentre io ordinai una bibita gassata al mandarino verde, che avevo
visto in vetrina e che mi aveva incuriosito. Quando arrivò aveva un color fluo, quasi come il plutonio
dei Simpson, le goccioline di condensa scendevano lungo la bottiglietta come in
uno slow-motion. Versai la bibita nel bicchiere con il ghiaccio, e tutta
l’anidride carbonica si scatenò, producendo piccolissime bollicine che
schizzavano fuori dal bicchiere. Quando la sorseggiai le papille gustative esplosero.
Era frizzante, pungente, aspra, dolce, acidula, una sorta di fusione tra l’acqua
tonica, la Lemonsoda, la Fanta e la Sprite, ma con le bollicine più fini, simili a quelle di
uno spumante. Era strana forte, ma ne andai subito matto. Ne ordinai un’altra
appena dopo aver finito la prima.
Caltagirone doveva essere la visita più “anonima” tra le mete di quel
viaggio, e invece fece conoscere a Laura i fichi d’India e i pomodorini
sott’olio, e a me quella strana bibita gasata (che solo più tardi scoprii
venduta esclusivamente in Sicilia). Ero contento di aver aver visto una cittadina che così tante volte avevo cercato di immaginare, senza riuscirci a pieno.
Feci una video-chiamata ai miei nonni proprio davanti alla scala (per fargli una sorpresa gli avevo detto che non sarei riuscito a passare dal loro paese natale) e quando mi videro lì, in mezzo a tanti loro ricordi d'infanzia, si emozionarono e come prevedibile iniziarono a farmi la lista dei parenti che potevo andare a trovare e a conoscere... ma era già tardi, dovevamo andar via.
Ripartimmo subito dopo, impostando sul navigatore la nuova meta: Agrigento.
Ero proprio contento. Avvolto nei miei pensieri mi accorsi che avevo un sottile ghigno stampato in
faccia. Quella vacanza era perfetta. Ci muovevamo quando avevamo voglia,
mangiavamo quando capitava, camminavamo sempre, eravamo stanchi, stanchi morti,
ma continuavamo a muoverci per scoprire cosa ci avrebbe riservato la destinazione successiva e chi ci avrebbe fatto conoscere. Eravamo affamati di conoscenza per
l’ignoto.
Arrivammo ad Agrigento al calar del Sole, una città al primo impatto
grigia, vecchia, con grossi condomini di un’edilizia anni ’70, per la prima
volta notammo l’immondizia lungo la strada (fu l’unica volta che capitò in
tutto il tour per la Sicilia, in nessun’altra città trovammo la spazzatura
abbandonata per strada).
Si presentava come una città industriale, simile a Sesto San Giovanni o alla periferia di Torino, ma come sempre in questo viaggio, niente era completamente come appariva.
Arrivammo al b&b, letteralmente a cinque minuti a piedi dalla valle dei
templi, salimmo le scale (come sempre senza ascensore, tanto le nostre gambe
erano già messe male) e ci accolse alla porta una signora magra, dai capelli
corvino riccissimi, sorridente, con un fare quasi da zia. Ci fece entrare in
quella che capimmo fosse casa sua.
Mi ricordava la comica Teresa Mannino, sia per l’estetica
che per la parlata nasale e il forte accento siciliano, quando ci disse: “Innanzitutto, benvenuti! – ancora mi commuovo
a ripensare alle parole che seguirono – io vi vorrei dire grazie! Davvero,
parlo per me, ma anche per tutti gli altri miei colleghi. Grazie che nonostante questo anno
così difficile voi abbiate voluto venire qui a trovarci. Ve lo dico chiaramente, ero
convinta di dover tenere chiuso. Voi e gli altri ospiti che ci avete scelto, che avete scelto di
venire in Sicilia, non state aiutando solo me, ma anche il bar di sotto, il
ristorante, la trattoria, il gelataio, il panettiere. Insomma, tutti quanti. Grazie
davvero di cuore! State facendo un gesto bellissimo!”
Era chiaramente un discorso in parte preparato, ma la naturalezza con la quale lo disse
lo trasformò in qualcosa di vero e profondamente sentito, mi voltai e vidi
Laura con gli occhi lucidi, pieni di lacrime difficili da trattenere.
“No davvero, non vi commuovete, se no fate piangere anche me!
Per noi un anno senza turismo vuol dire mettere in ginocchio una regione intera, invece ci state dimostrando che abbiamo fatto bene ad aprire per la stagione. Lo abbiamo fatto con poche speranze a riguardo, ma ci avete fatto ricredere. - mentre diceva queste ultime parole la voce le tremò leggermente, pur mantenendo un dolce sorriso sulle labbra sottili - Il turismo è un dare/avere, voi ci state dando la vostra fiducia e spero che verrà ampiamente ripagata dalle bellezze che la nostra terra ha da offrire. Adesso che
siete qui vi faccio vedere la vostra camera, che è nell’appartamento accanto.
Sentitevi a casa vostra. Non ci sarà la colazione, ma proprio qui sotto c’è un
bar che fa delle ottime brioches. Per qualsiasi consiglio che vi serve io sono
qui, mi citofonate, venite a bervi un caffè, mi telefonate, quello che volete, va bene? Domani che
fate ragazzi?”
Risposi io, visto che Laura era ancora un fortemente commossa: “L’idea era di
andare alla Scala dei Turchi al mare e poi la sera a vedere i templi.”
“Ho capito. Allora, i templi se non avete i biglietti, comprateli su
internet, così non rischiate di fare la fila. Tanto il costo è quello, anzi
forse un po’ meno. Dovete assolutamente andare a vederli poco prima del
tramonto, intorno alle 19, è bellissimo. E da qui li raggiungete a piedi, dieci
minuti, guardate, stanno là – indicando fuori dal balcone - Mentre il mare alla Scala dei Turchi non è un granché, ci vanno i turisti a farsi le foto, ma io vi
consiglio Giallonardo, è più appartata. è la mia spiaggia preferita, io sempre
là vado. Mi porto il mio libro, a Maggio, Giugno è un paradiso. Andate lì che
vi piacerà. La Scala dei Turchi, è di passaggio, vi fate due selfie e poi date retta a me, andate a Giallonardo, così ve ne state tranquilli e il mare è anche più bello.”
Quella sera andammo in centro un po’ controvoglia, non avevamo molte
aspettative, visto come si era presentata la periferia. Ci era subito sembrata una città trasandata, e invece la
zona pedonale del centro era di tutt’altro aspetto. Alti palazzi antichi,
scalinate a destra e sinistra, chiese, le case sembravano incastrate una
accanto all’altra, altezze diverse, strade in salita, era strana. Non riuscivo
ad etichettarla, non riuscivo a capire se mi piacesse o meno. Un mix non ben definito. Però era viva.
Cantanti a ogni angolo, locali con i tavolini sulle scalinate con la musica di
sottofondo, gente che passeggiava per il centro, negozi di abbigliamento aperti,
era piacevole. Camminammo molto, moltissimo e quando fummo davvero stravolti
tornammo in camera, ancora sazi grazie al pane cunzato di Caltagirone mangiato nel tardo pomeriggio.
Il giorno seguente eravamo a pezzi. I muscoli delle gambe erano duri come
pietre, i polpacci bruciavano e anche gli abduttori ormai erano allo stremo. Il risveglio fu traumatico, ci faceva male tutto. Troppe salite, troppe scale, troppi chilometri, troppo di tutto. Ma non riuscivamo a farne a meno, non riuscivamo a rallentare o a fermarci, era tutto troppo bello.
Ci dirigemmo alla Scala dei Turchi, una grande scogliera completamente
bianca che si tuffava nel mare, consapevoli che era stata recintata, vietata la salita e lo stazionamento su di essa perchè pericolante. Lungo la strada vidi una pasticceria
abbastanza grande, accostai, dovevamo fare colazione, comprare il pranzo, la
merenda e gli spuntini vari. Entrammo nel posto dove mangiai i dolci da forno alla
ricotta più buoni del viaggio. Il locale era grande e un po’ spartano, ma nelle
vetrinette c’era tutto ciò che amavo. Bomboloni ripieni di ricotta, di cioccolato,
di crema, panzerotti, cassatelle, sfogliatelle, code d’aragosta, arancini, pizze,
panini, focacce, cannoli, pasticcini, cassate… era il paradiso!
Io presi: un bombolone alla ricotta e un cannolo (colazione leggera), poi
pizza, un calzone al salame piccante e un altro dolce alla ricotta per il
pomeriggio.
Arrivati a stomaco pieno alla Scala dei Turchi scendemmo le comode ma
lunghissime scale in legno ed entrammo in acqua fino al ginocchio per fare le
foto alla scogliera. Era ghiacciata. Non semplicemente fredda, no, potevano
nuotarci i pinguini lì dentro, e forse avrebbero avuto freddo anche loro. Era così fredda che sentii freddo a tutto il
corpo, nonostante i già 30°. Però quanto ringraziavano le mie gambe! Rimasi così, fino a
quando non iniziai a sentire dei formicolii ai piedi. La sera prima la signora
aveva avuto ragione, la spiaggia era carina, ma non ne sentivo l’anima verace, ormai
troppo turistica e il mare, seppur bello, era troppo freddo per pensare di farci un bagno.
Ci dirigemmo verso Giallonardo e ci trovammo in un piccolo paese di
villeggiatura sul mare. Niente di tipico, di rurale, potevamo essere in
Abruzzo come in Calabria, ma la spiaggia era mezza deserta, ampia, ariosa,
selvaggia, del colore del grano al Sole. Stendemmo tutti i nostri averi (facendo
anche una piccola gag su Tik-Tok che superò le 56.000 visualizzazioni) e ci
tuffammo in mare. Passammo la giornata così, senza fare nulla.
Durante una delle mie solite camminate sul bagnasciuga (non contento di tutti i chilometri che già avevamo fatto nei giorni precedenti) mi accorsi che sopra
delle rocce, che sorgevano in mezzo all’acqua, era stata affissa una statua
della Madonna, rivolta verso il mare, dedicata a tutti i marinai. La raggiunsi
e rimasi un po’ lì, con lei, a contemplare il mare e il mio amore per lui.
Non saprei spiegare da dove nascano le sensazioni che mi provoca il mare,
sono viscerali, da sempre saldamente avvinghiate alla mia anima, sin da quando ne
ho memoria. Se dovessi esprimere solo con una parola il significato di
“libertà” io direi “mare”, e se dovessi esprimere con una sola parola cos’è il
mare, risponderei allo stesso modo, semplicemente, libertà.
Mi piaceva quel posto, non c’era niente, solo noi, ma era esattamente quello che cercavo.
Verso le 17, con il Sole ancora alto, lasciammo la spiaggia. Per un motivo
o per un altro non riuscivamo mai a goderci una giornata piena di spiaggia, ma
questa volta avevamo una giustificazione più che valida: la visita alla Valle
dei Templi di Agrigento.
Avevo sempre immaginato quel posto come una collinetta, qualche colonna, dei pezzi di
statue e via, ma quando mi soffermai ad osservare la mappa presente all’ingresso notai che all’interno del sito archeologico c'erano in realtà quattro templi, dedicati a Giunone,
alla Concordia, a Ercole ed infine a Giove, il tutto dislocato in circa due
chilometri di percorso. Ci vollero più di tre ore per visitare tutto! Altro che collinetta con queattro colonne sgangerate...
Ancora una volta, la proprietaria del b&b aveva avuto ragione, il
tramonto tra i monumenti fu davvero suggestivo, tutto intorno a noi si infuocò di
colori caldi, vivi, impossibili da immortalare con i telefonini.
Il Sole si stava lentamente abbassando, inizialmente conferendo alle colonne dei monumenti una tonalità di giallo ocra, per poi scendere fino all’arancio e al rosso, con il passare del tempo.
Tramontò rapidamente e i reperti improvvisamente tornarono a
risplendere di nuova vita, bianchi, luminosi, galleggiavano nel buio della
sera, grazie a un sistema di illuminazione perfettamente studiato, che faceva
risaltare solo i monumenti, come entità eteree.
A parte le rovine, che si commentano da sole tanto sono belle e suggestive,
mi stupì la gestione e l’organizzazione di quel sito. Era tutto impeccabilmente
in ordine, gli inservienti intimavano di tenere la mascherina a chiunque la
abbassasse, tutto era pulito, curato, il servizio di navetta per gli anziani e i
disabili, giovani laureati che facevano le guide, i sentieri ampi e omogenei. Fui
orgoglioso di vedere che non è vero che tutto ciò che c’è al Sud non funzioni o
venga lasciato in rovina. La Valle dei Templi dovrebbe essere d’esempio e
dovrebbe essere vanto non solo per Agrigento, ma per tutta la Nazione. Uno
spunto da seguire per tutte le altre realtà, ma purtroppo, come ben sappiamo,
fa più notizia e clamore parlare di ciò che non va, rispetto a ciò che funziona.
Tornammo in camera davvero stravolti, non eravamo più in grado di
recuperare dalla stanchezza che si accumulava, e non avevamo molte alternative,
dovevamo andare in centro a mangiare qualcosa.
Era il 14 Agosto, e avevamo deciso di soggiornare in quella data ad Agrigento volutamente, perché volevamo vedere i fuochi artificiali, le feste, le sagre tipiche siciliane, ma scoprimmo che non avremmo trovato nulla di tutto questo, le regolamentazioni anti-Covid avevano vietato tutte le forme di assembramento, quindi anche i festeggiamenti erano stati annullati. Insomma, non avevamo molti stimoli ad andare fino in centro per cenare.
Volevo solo del ghiaccio da mettere sulle gambe, ma quello che
avevamo non si era ancora ricongelato, e ci serviva per tenere le cose in
fresco nella borsa frigo il giorno dopo.
Ci trascinammo stanchi e affamati fuori dalla camera fino in centro. Non
avevo idea di dove potessimo cenare, c’erano tutti ristoranti dall’aria fighetta
e curata, quindi uno valeva l’altro, non avrebbe comunque fatto per me. Io
volevo sagre, pentoloni unti gestiti da sagge nonnine, friggitrici trentennali, carne alla brace, fumo, vino fatto in casa, odori, sapori, estasi, ma inutile illudersi, non
avrei trovato nulla del genere.
Per questa ragione lasciai libera scelta a Laura, a me, questa volta, non
importava.
Il mio atteggiamento, la stanchezza fisica e mentale e la fame fecero
innervosire improvvisamente Laura, anche lei troppo stanca per prendere una
decisione sul posto migliore dove fermarsi. Fu l'unica volta in tutto il viaggio che perse la pazienza, eravamo stanchi e qualsiasi scintilla avrebbe facilmente potuto innescare un incendio. Fortunatamente con lei le diatribe durano sempre molto poco e anche questa si spense in pochi minuti, consapevoli entrambi che era la fame e la stanchezza a parlare al posto nostro.
Alla fine, entrammo in un ristorante molto elegante che
serviva piatti della tradizione. Lo ricordo molto bene perché fu il
ristorante in cui mangiai peggio in tutta la vacanza. Questa ossessione di
voler innovare la tradizione a tutti i costi, se non viene fatto
con cura, rovina piatti che hanno secoli di storia. Io ordinai un piatto di pasta con le sarde. Il finocchietto selvatico era stato trasformato in un pesto amaro,
le sarde non erano state saltate con la mollica di pane e l'aglio, l’insieme era
un pastone con un’unica consistenza, amaro, troppo vegetale al palato, senza contrasti. Lo
lasciai a metà (e chi mi conosce sa che non lascio mai il cibo, per rispetto ed educazione) e ordinai il dolce, per togliere quel sapore dalla bocca, per dimenticarmi il prima possibile dello scempio che era stato fatto a una delle ricette cardine della Sicilia.
Era quasi l’una di notte quando tornammo in camera.
Il giorno dopo avremmo dovuto fare rotta verso Mazara del Vallo, avevamo
pensato di fermaci a metà strada e mangiare in qualche ristorante sul mare.
Però al risveglio, parlando con Laura, decidemmo di tornare a Giallonardo e
passare la giornata lì. Non avevo voglia di trascorrere la mattinata alla ricerca
di un ristorante che probabilmente avremmo trovato pieno. Era Ferragosto, e lo
volevo passare in spiaggia, con la gente del posto, mangiando un panzerotto e bevendo una birra buttato sulla sabbia.
Ci fermammo nella
pasticceria del giorno prima comprando di tutto e andammo al mare. Era
molto presto, circa le 8.30, intorno a noi il vuoto. Laura mi guardò e mi
disse contenta: “Oggi saranno tutti al ristorante! Ci godremo la spiaggia tutta per
noi.”
La guardai sorridendo: “Si, si, certo… aspetta un paio di ore e poi
vediamo…”
Come previsto intorno alle 10.30 iniziarono ad arrivare le prime famiglie,
cariche di borse frigo, tavolini pieghevoli, sedie, gazebi, borse della spesa
stracolme di cibarie varie. Laura guardava incredula, di colpo ci trovammo
circondati come in una piazzola di un campeggio.
Guardai una famiglia che arrivò con quattro borse frigo, di quelle rigide, poi
mi voltai verso il nostro zainetto, tanto pieno di cibo da chiudersi a fatica e
infine mi rivolsi a Laura, imitando Checco Zalone: “Questa non è la felicità!
Quella è la felicità! Io qui a fare la fame con solo due trancetti di pizza, due
panzerotti, cannoli, bomboloni, e guarda lì! Hanno pure il caffè shakerato! Le
zucchine alla griglia, il polpettone, l’insalata di riso, le birre gelate,
persino l’amaro! Non farti vedere che se no capiscono che siamo del Nord.”
Lei aveva ancora gli occhi sgranati per l’organizzazione che vedeva, le tavole
venivano apparecchiate di tutto punto, i gazebi montati in pochissimi istanti,
tutti sapevano cosa dovevano fare alla perfezione.
Intorno alle 16 sbaraccammo tutto e ci avviammo verso Mazara del Vallo in un misto di malinconia per la spiaggia che stavamo lasciando e di curiosità per la nuova città.
Contrariamente alla strada tra Noto, Caltagirone e
Agrigento, questa era tutta a due corsie, senza curve e per molti tratti
affiancata dal mare ma sempre dritta, monotona, noiosa. Il tragitto mi sembrò più lungo, quell’ora e mezza mi
sembrò durare molto di più, anche per via della stanchezza.
Però eravamo sereni, accompagnati dalla musica che avevamo accuratamente scelto, dal
Sole, dall’aria densa che entrava dai finestrini completamente abbassati. Ogni
tanto mi giravo a guardare Laura, aveva sempre un’aria serena, proprio come me, sorridente e appagata.
Ma presto sarebbe successo qualcosa che avrebbe destabilizzato quella serenità e segnato il resto del viaggio... e non solo.
(a seguire Capitolo 8 – La Kasbah più vera)

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